Archivi
Sfoglia tutte le informazioni del sito
Intranet
Per tutte le comunicazioni aziendali
Webmail
Consulta la posta on-line
Papa Francesco: violenza verbale germe della guerra

Papa Francesco: violenza verbale germe della guerra

Il Pontefice ha risposto a braccio alle domande degli studenti radunati all’Ateneo Roma Tre. Tra i giovani intervenuti anche un siriano che Bergoglio portò con sè con tutta la famiglia dal campo profughi dell’isola di Lesbo: «L’Europa è fatta di migrazioni»

Martedi 21 Febbraio 2017
Condividi con:
Condividi su Delicious Condividi su Twitter Condividi su Diggita Condividi su Technorati Condividi su My Space Condividi su Digg Condividi su Google Bookmarks Invia a un amico Stampa Ti piace
233
Non ti piace
213

L’integrazione dei profughi e le migrazioni come «una sfida per crescere», l’ «economia liquida» che toglie lavoro ai giovani, la violenza del linguaggio e il cattivo esempio della politica come radice della terza guerra mondiale a pezzetti in corso, la globalizzazione. Francesco arriva in via Ostiense alle dieci, accolto dal rettore Mario Panizza. La visita a Roma Tre, il più giovane ateneo romano, fondato 25 anni fa in via Ostiense e già visitato nel 2002 da Giovanni Paolo II, è la prima di Francesco ad una università italiana, la prima in assoluto ad un ateneo pubblico. il Papa bacia i neonati («è universitario, questo?»), si concede ai selfie («santità,possiamo avere una foto?»), stringe le mani e benedice i ragazzi che si sporgono dalle transenne. Applausi, ovazioni, passa una ventina di minuti a salutare studenti, insegnanti e personale prima che possa raggiungere il palco. È una bella giornata e l’incontro è all’aperto, nel cortile accanto all’aula magna. Due studentesse, due studenti, quattro domande non facili. Francesco risponde a braccio. «Ho ascoltato le vostre domande, le ho lette prima!, e ho riflettuto, ho scritto un discorso che consegnerò al rettore. Ma io vorrei rispondere spontaneamente, direttamente col cuore, perché mi piace più così».

Giulia Trifilio, 25 anni, laureata in Relazioni internazionali e ora al corso magistrale di Economia dell’ambiente, domanda: «Quali possono essere le medicine per contrastare le manifestazioni di un agire violento, purtroppo sempre presente nella storia dell’umanità?»

«Tu hai parlato della violenza, ma pensiamo al linguaggio. La tonalità del linguaggio è salita tanto. Oggi si grida per strada, a casa, ci si insulta con normalità. C’è anche la violenza nell’esprimersi, nel parlare. Questa è una realtà che tutti viviamo. Se c’è qualche problema, prima si insulta e poi si domanda il perché. È vero, c’è un aria di violenza anche nella nostre città. Anche la fretta, la celerità della vita ci fa violenti. Tante volte ci dimentichiamo di dare il buongiorno, a casa, ciao, ciao, questi saluti anonimi…La violenza è un processo che ci fa ogni volta più anonimi gli uni verso gli altri. Ti toglie il nome, e i nostri rapporti sono un po’ senza nome. Sì, è una persona quella che ho davanti ma io ti saluto come fossi una cosa. Questo cresce, cresce e diventa la violenza mondiale. Nessuno oggi può negare che stiamo in guerra. E questa è una terza guerra mondiale, a pezzetti ma c’è. Bisogna abbassare un po’ il tono e bisogna parlare meno e ascoltare di più. Ci sono tante medicine contro la violenza ma prima di tutto il cuore, il cuore ti fa ricevere: cosa pensi tu? Prima discutere, dialogare. Sì, tu pensi in modo differente da me, ma prima dialoghiamo. il dialogo avvicina le persone, i cuori, con il dialogo si fa l’amicizia. E si fa l’amicizia sociale. Predo il giornale e vedo che questo insulta quello e così via: in una società dove la politica si è abbassata tanto - sto parlando della società mondiale, non di qui, dappertutto - si perde il senso della convivenza sociale. E la convivenza sociale si fa col dialogo. Questo si vede tanto quando ci sono campagne elettorali, le discussioni in tv. Uno parla prima che l’altro finisca la risposta: ma aspetta, rima ascolta e poi rispondi, e se non capisco la domanda prima chiedo! La pazienza del dialogo. Dove non c’è dialogo, c’è violenza. Ho parlato di guerra ed è vero, siamo in guerra. Ma le guerre non incominciano là, cominciano nel tuo cuore, nel nostro cuore. Quando io non sono capace di aprirmi agli altri, di rispettare, parlare, dialogare con gli altri, lì comincia la guerra. Quando non c’è dialogo a casa, per esempio. Quando invece di parlare si grida o si sgrida. O quando siamo a tavola e invece di parlare ognuno sta col suo telefonino…Sta parlando, sì, ma con altri. Quel germe è l’inizio della guerra perché non c’è il dialogo. E questo dice tanto all’università. L’università è un universo, il posto dove si può dialogare, dove c’è posto per tutti. Dialogare è proprio di un’università. Una università dove si va solo a scuola, si sentono i professori e poi si torna va a casa, questa non è una università. Un’università deve avere questo lavoro artigianale del dialogo: sentire le lezioni, sì, la saggezza dei professori, ma il dialogo, la discussione, questo è importante. Io ora parlo di una cosa che non so se ci sia in Italia, ma so che c’è in altre parti. Esistono le università di élite che in genere sono le cosiddette università ideologiche, dove tu vai, ti insegnano questa linea soltanto di pensiero, questa linea ideologica, e ti preparano per essere un agente di questa ideologia. Non è università, non lo è. Dove non c’è dialogo, confronto, ascolto e rispetto per come la pensa l’altro, e amicizia, gioia del gioco, sport, non c’è questo tutto questo insieme non c’è università. “Ma io vado all’università per imparare!”. Sì, ma io ti dirò: per vivere. Vivere e cercare il vero, la bontà, la bellezza. E questo si fa insieme, tutti insieme, è un cammino universitario che non finisce mai. Per questo è tanto importante la presenza dei vecchi alunni nel corpo universitario, perché i nuovi possano avere il dialogo con loro. Quando si fa questo l’agire non è violento. E è bellissimo: la gioia di fare una strada assieme, senza gridare, senza insulti». 

www.corriere.it

Puoi trovare altre notizie di tuo interesse nelle sezioni orientamento, lavoro e società e salute mentale.