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Ripensare le carceri per le detenute

Ripensare le carceri per le detenute

Le detenute in Italia, e in Europa, rappresentano una minoranza e come tale vengono considerate: le carceri sono ancora pensate su corpi ed esperienze maschili. Una riflessione di Elena Paparelli per www.ingenere.it

Martedi 13 Giugno 2017
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In Italia le detenute sono più di duemila, il 4,2% della popolazione reclusa. E nonostante si tratti di un numero in calo, è aumentato quello delle condannate in via definitiva, che è passato da 1.073 nel 2008 a 1.521 nel 2016, come rende noto l'ultimo rapporto diffuso dall'associazione AntigoneTra queste donne ci sono straniere, lavoranti, madri. Il fatto che costituiscano una minoranza rispetto al totale dei detenuti non può giustificare una bassa attenzione alla specificità dei loro vissuti.

Nel 2005 proprio Antigone propose l’istituzione di un Ufficio per le donne detenute interno alla Direzione Generale Detenuti e Trattamento, con lo scopo di occuparsi della gestione ordinaria di tutte le carceri e sezioni femminili, del coordinamento degli altri Uffici del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria e della garanzia di coordinare i servizi sociali e territoriali nella lotta all’emarginazione, il tutto con una visione di genere. 

In tutta Europa le donne in carcere sono sempre una esigua minoranza e a imporsi è un modello detentivo maschile. E l’Italia è fra i paesi in cui più forte è la mancanza di una attenzione e una competenza che siano specifiche per le donne detenute. Nelle carceri italiane mancano politiche che affrontino la detenzione da un punto di vista di genere. L’esperienza deludente dell’Ufficio di cui sopra non ne è che una triste testimonianza.

“La nostra proposta di un Ufficio ad hoc – racconta Susanna Marietti di Antigone, che abbiamo raggiunto al telefono  fu raccolta in una mozione votata dalla Camera, l’Ufficio fu effettivamente costituito ma purtroppo non come speravamo”. E i motivi sono presto detti: “Innanzitutto – spiega  fu incardinato all’interno dell’Ufficio Detenuti e Trattamento maschile, senza conferire a questi uffici pari dignità; e poi perché fu fatto più o meno senza risorse e senza personale. Tanto che quando un paio di anni fa è andata via Augusta Roscioli, che se ne è occupata in prima persona, l’Ufficio è andato a morire”, aggiunge Marietti.

L’idea dell’Ufficio è stata rinverdita in occasione degli Stati generali dell’esecuzione penale, voluti due anni fa dal Ministro Orlando, in vista dell’ampio disegno di legge delega di riforma del processo penale, ad oggi non ancora approvato. 

Un’occasione di dibattito articolata in 18 tavoli di lavoro tematici, uno dei quali dedicato specificatamente alla detenzione femminile, indirizzati a cambiare il sistema delle carceri e delle misure alternative alla detenzione, oggi normata da una legge che risale al 1975, la 354.

Alla fine, per le detenute  più di 2000 in Italia – non è stato stabilito alcun Ufficio specifico, come confermato da Tamar Pitch, docente dell’Università degli Studi di Perugia, che ha coordinato il tavolo dedicato a donne e carcere.

Augusta Roscioli non ha molta fiducia che le cose possano concretamente cambiare. “La realtà è che sulla questione delle donne nelle strutture carcerarie non c’è nessuna vera attenzione” ci dice con amarezza, dopo una esperienza pluriennale come educatrice nelle carceri femminili, che già nei numeri rivelano la loro marginalità: soltanto cinque, in Italia, sono gli istituti penitenziari riservati in modo esclusivo alle donne: la Casa di reclusione femminile di Tranila Casa circondariale femminile di Pozzuoli, la Casa circondariale femminile di Rebibbia a Roma, l'Istituto a Custodia attenuata di Empoli, la Casa di reclusione femminile di Venezia-Giudecca.

E le donne rappresentano appena il 4% della popolazione carceraria complessiva, la gran parte delle quali è reclusa nei 52 reparti isolati all’interno di penitenziari maschili. 

Di “discriminazione involontaria” nel sistema carcerario italiano ne parla lo stesso Ministero della giustizia, nel report scritto da Roberta Palmisano nel 2015 in cui fornisce i dati dei detenuti nelle carceri italiane. 

Ma è l’esperienza diretta di una operatrice come Augusta Roscioli a farne sentire il peso della questione più direttamente. “Come Ufficio del Trattamento – racconta – eravamo riuscite anche ad attivare un discorso di formazione professionale delle detenute in sinergia con quindici cooperative che operavano in tutta Italia, gestendo attività laboratoriali. Nonostante la buona risposta delle detenute, anche questa esperienza è naufragata perché l’affiancamento nel percorso professionale non è stato realizzato”. 

La formazione continua a essere molto carente. Ed è un punto molto delicato, considerato il fatto che le donne in carcere hanno in media livelli di istruzione e di occupazione più bassi di quelli maschili. Paradossalmente, è proprio il fatto di essere poche rispetto agli uomini a far sì che ci siano meno attività rivolte alle donne, e meno qualificanti. 

“Essenzialmente – dice Roscioli – oltre alla formazione delle donne detenute, a cui bisogna prestare una grande attenzione, serve anche una adeguata preparazione prima di tutto psicologica del personale che lavora con le detenute, che attualmente è del tutto insufficiente”. 

Le dinamiche relazionali all’interno di un carcere femminile sono infatti molto più raffinate di quelle presenti in un carcere maschile. Si prenda ad esempio la questione della leadership. “Nel gruppo di donne detenute – spiega l’educatrice – si trova spesso la leader, l’antileader e la leader occulta. È quest’ultima che in genere costituisce il vero riferimento per le altre, perché risponde a caratteristiche di autorevolezza rispetto ai valori delle donne”. E quindi al concreto legame affettivo. 

È difficile che un operatore riesca a leggere correttamente le evoluzioni dei rapporti interpersonali, se non tiene conto di queste dinamiche meno evidenti. Tuttavia, spesso il primo ostacolo che ci si trova ad affrontare se si opera all’interno di un carcere femminile è proprio quello del riconoscimento. 

Lo sottolinea anche Grazia Zuffa, autrice, insieme a Susanna Ronconi, del libro Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere (Ediesse, 2014). “Appena sono entrata in un carcere femminile per un focus group e ho cominciato a parlare con le educatrici – racconta - la prima cosa che mi hanno riferito è di essere confuse dalle detenute con le assistenti sociali del Comune che si occupano dei bambini, e dunque come coloro che hanno il potere di toglierle i figli”. 

La frantumazione di competenze degli operatori carcerari complica tutto. Non è un caso che fra le indicazioni che Zuffa fornisce nel libro, c’è proprio quella di riorganizzare la vita all’interno del carcere.

 “Sulla carta quello italiano è uno dei sistemi più ricchi di alternative alla carcerazione" dice "ma c’è molta discrezionalità nel concederle e questo comporta due problemi: da una parte la necessità per le donne di essere sottoposte a un continuo giudizio perché hanno bisogno di un costante parere della dirigenza del carcere; dall’altro si verifica un eccesso di procedura burocratica". 

Ecco dunque che le donne detenute si trovano alle prese con un tempo che passa nell’attesa di una concessione, dalla telefonata, a un colloquio. In più, stando alle linee guida del Ministero della Giustizia, le attività offerte e il regime di detenzione dipendono in larghissima misura dalla discrezionalità del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (DAP) ma soprattutto dalle decisioni prese dal direttore (o direttrice nel caso di Rebibbia) del carcere e questo comporta anche una forte disomogeneità tra un carcere e l’altro.

“La gran parte delle detenute – spiega Zuffa  ha ben chiaro che il tempo del carcere comporta un mutamento di identità e se non si presta la necessaria attenzione questo mutamento può non essere positivo ma negativo. Si rischia cioè di perdere se stesse”.

In un contesto di totale dipendenza deprivato delle piccole e grandi cose della vita quotidiana – a partire dagli oggetti per la cura della persona  questo rischio è nei fatti amplificato. 

Il corpo della detenuta viene così costretto al silenzio. Mentre i cambiamenti che potrebbero essere messi in atto subito non vengono attuati. “In Italia – riflette Zuffa  si discute da anni di inserire per esempio stanze senza sorveglianza per permettere la sessualità e l’affettività delle detenute, ma questo non è mai stato fatto”. 

Riferimenti

Relazione del Ministro Andrea Orlando sullo Stato della Giustizia

Documento Stati Generali dell’Esecuzione Penale: Operatori Penitenziari e Formazione