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Misurare il benessere.  A che punto siamo

Misurare il benessere. A che punto siamo

Misurare il benessere delle popolazioni andando oltre il calcolo del prodotto interno lordo è un'esigenza riconosciuta a livello internazionale. A che punto siamo in Italia ? Di Mara Gasbarrone su www.ingenere.it

Martedi 12 Giugno 2018
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"Il Pil misura tutto, tranne le cose per cui vale la pena vivere", disse Robert Kennedy nel 1968. Il guaio è che il 'prodotto interno lordo' è un numero, uno solo, che tutti possono trovare facilmente per ogni paese, mentre "le cose per cui vale la pena vivere" sono tante, e non sempre sono semplici da misurare. Anche rimanendo nel puro e semplice campo economico, per classificare un individuo o una famiglia come 'ricchi' di solito non ci limitiamo a guardare le entrate dell’ultimo anno, ma consideriamo soprattutto il patrimonio accumulato nel tempo: proprietà immobiliari, depositi bancari, investimenti finanziari. Anche per uno stato, le informazioni sul capitale (dotazioni infrastrutturali, riserve valutarie, risorse naturali) esistono, ma sono meno utilizzate del magico Pil, una scorciatoia troppo semplice e comoda, che però ci inchioda al breve termine. 

Andare oltre il Pil è quindi un’esigenza largamente avvertita, ma anche difficile da concretizzare. Gli economisti e le organizzazioni internazionali hanno cominciato ad occuparsene da decenni. In questi giorni, festeggiamo volentieri l’inserimento di alcune misure del benessere nell’Allegato del Documento di economia e finanza 2018, auspicando che le decisioni governative possano tenerne effettivamente conto.

Come si può misurare il benessere?

La prima incarnazione delle misure del benessere è stata nel 1990 l’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite (HDI-Human Development Index), che oltre al merito di essere il primo ha anche quello di riassumere in un solo numero poche e fondamentali variabili: il Pil pro-capite 'corretto' con l’aspettativa di vita e con gli anni di studio. Pregio che è anche un limite: non abbiamo informazioni su disuguaglianze, povertà, sicurezza. Nel rapporto 2016 l’Italia si collocava al 26° posto nella graduatoria di 187 stati.

L’indice di sviluppo umano è un primo passo di un lungo cammino delle Nazioni Unite, al termine del quale troviamo l’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile, e il sistema di indicatori e report che monitorano l’avanzamento dei relativi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (sustainable development goals). Sul piano statistico, l’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite ha generato ulteriori applicazioni, la più interessante delle quali è il gender development index. Si calcola separatamente l’indice di sviluppo umano per la popolazione maschile e per quella femminile, poi si fa il rapporto fra i due indici, dividendo quello delle donne per quello degli uomini, reso pari a 1. Il gender development index sarà pari a 1 in caso di parità perfetta fra gli indici dei due sessi (è il caso della Finlandia), risulterà superiore a 1 quando l’indice di sviluppo umano delle donne supera quello degli uomini (è il caso, fra gli altri, della Russia, della Polonia e dei paesi baltici, dove la popolazione maschile è penalizzata da una speranza di vita molto bassa). Nella maggior parte dei paesi, il valore è inferiore a 1, perché l’indice di sviluppo umano delle donne assume valori più bassi. Per l’Italia è 0,963, valore imputabile soprattutto al forte svantaggio delle donne nel reddito pro-capite, che è circa la metà di quello maschile, svantaggio che trova spiegazione soprattutto nel debole tasso di occupazione femminile.

Come lo misura l'Italia

L’Italia è stata all’avanguardia nella ricerca di misure che vadano oltre il Pil. Dal 2013 l’Istat pubblica con cadenza annuale le misure che vanno a formare il Benessere equo e sostenibile (Bes) e che ha fornito il materiale di base per i 12 indicatori del Documento di economia e finanza 2018. Nell’ultima edizione figura un insieme di 129 indicatori, raggruppati in 12 dimensioni:

  • Salute
  • Istruzione e formazione
  • Lavoro e conciliazione dei tempi di vita
  • Benessere economico
  • Relazioni sociali
  • Politica e istituzioni
  • Sicurezza
  • Benessere soggettivo
  • Paesaggio e patrimonio culturale
  • Ambiente
  • Innovazione ricerca e creatività
  • Qualità dei servizi.

Con la legge 163/2016 che ha riformato la legge di bilancio, gli indicatori del benessere entrano ufficialmente nel Documento di economia e finanza: nel 2017 con una prima provvisoria selezione di quattro indicatori, nel 2018 con l’estensione a 12 indicatori, in seguito a un processo decisionale analiticamente descritto nella relazione finale del Comitato incaricato della scelta, la cui composizione è anch’essa dettata dalla legge 163. Essa prevede che il comitato Bes sia presieduto dal ministro dell’economia e delle finanze e composto dal presidente dell’Istat, dal governatore della Banca d’Italia (tutti e tre possono essere rappresentati da un loro delegato) e da due esperti della materia di comprovata esperienza scientifica. Oggi esso è presieduto da Federico Giammusso (MEF), e ne fanno parte Roberto Monducci per l’Istat, Andrea Brandolini per la Banca d’Italia, Enrico Giovannini e Luigi Guiso come esperti (en passant, uno degli innumerevoli comitati men only).

"L’Italia è il primo Paese che, collegando gli indicatori di benessere equo e sostenibile alla programmazione economica e di bilancio, attribuisce a essi un ruolo nell’attuazione e nel monitoraggio delle politiche pubbliche", recita l’Allegato del documento, a pag.7.

Quali indicatori

Al di là del legittimo orgoglio nel rivendicare questo primato temporale, bisogna vedere se tale collegamento effettivamente esiste, e se è facilitato dalle scelte effettuate, sulle quali è legittimo nutrire qualche dubbio, del resto è previsto un processo di verifica ed eventuale revisione. Il comitato ha motivato la sua scelta degli indicatori in funzione di quattro criteri (pag. 7 e 8 della relazione):

  • La sensibilità degli indicatori alle politiche pubbliche
  • La parsimonia, al fine di facilitare il dibattito pubblico e concentrare l’attenzione su misure che descrivono il benessere dell’intera collettività piuttosto che di singoli gruppi (sarà per questo che non esiste informazione sull’integrazione di 5 milioni di immigrati stranieri?)
  • La fattibilità e la tempestività intesa come disponibilità di dati aggiornati o suscettibili di essere allineati temporalmente all’esercizio di stima 
  • L’estensione e la frequenza delle serie temporali 

Precisiamo anzitutto che i 12 indicatori inseriti nel Def si discostano in vario grado dai 12 domini del Bes. Sono state rinforzate alcune dimensioni ed escluse altre:

  • La dimensione 1 della salute è rappresentata da due indicatori: la speranza di vita in buona salute e l’eccesso di peso (un aspetto altrettanto importante di altri - ad es. il fumo - ma per il quale il nostro paese si comporta relativamente meglio della media);
  • La dimensione 2 dell’istruzione è misurata dalla percentuale dei cosiddetti early leaver, i giovani che non completano la scuola secondaria (un indicatore previsto dalla strategia Europa 2020, dove tradizionalmente la posizione dell’Italia era molto arretrata, ma dove stiamo recuperando lo svantaggio, specialmente nella componente femminile);
  • La dimensione 3 di lavoro e conciliazione dei tempi di vita ha due indicatori: tasso di mancata partecipazione (un tasso di disoccupazione 'allargato' che comprende al numeratore e al denominatore anche gli inattivi disponibili) e rapporto tra tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni con figli in età prescolare e delle donne senza figli; 
  • La dimensione 4 del benessere economico ha tre indicatori: oltre al reddito medio pro-capite, un indicatore di disuguaglianza distributiva e l’indice di povertà assoluta;
  • A causa della specifica difficoltà di prevederne l’evoluzione futura, sono stati invece esclusi indicatori delle dimensioni più 'immateriali': relazioni sociali (5), politica e istituzioni (6), benessere soggettivo (8), 
  • Manca del tutto un’informazione su innovazione-ricerca-creatività (11) e qualità dei servizi (12), in quest’ultimo caso perché i servizi dipenderebbero prevalentemente dagli enti locali e non sarebbero direttamente influenzati dal governo centrale. Tuttavia, l’entità dei trasferimenti dallo Stato agli enti locali indubbiamente esercita un ruolo). 

Dove sono le donne in questo quadro?

Nel terzo indicatore (conciliazione), ma anche in tutti gli altri, dove c’è disponibilità di dati. Come stanno? Male, per la salute: hanno una vita media più lunga degli uomini, ma rispetto a loro godono di meno anni di vita in buona salute (57,7 anni per le donne contro 59,9 per gli uomini, 2,2 in meno). Meglio per la scuola, perché sono 'regolari' e abbandonano di meno, ma sappiamo bene che le buone performance scolastiche delle ragazze non generano in proporzione risultati sul piano del lavoro. Più lavoro per le donne (ma non per le madri), e valori del tasso di disoccupazione allargato che convergono lentamente con quelli maschili.

Pezzi mancanti

Più in generale, viene spontaneo notare che forse l’inserimento di altri indicatori, peraltro ampiamente sperimentati dall’Istat, come la quota di giovani neet (not in education, employment or training), le ore di lavoro destinate al lavoro di cura, la disponibilità di posti negli asili nido, i posti letto nelle residenze sanitarie assistite e l’assistenza domiciliare per gli anziani, la percentuale di astenuti alle elezioni, la percentuale del Pil destinata alla ricerca, la percentuale di rifiuti urbani destinati alla discarica e gli incendi boschivi, avrebbero dipinto un quadro un po’ più fosco di quello rappresentato da questi indicatori.

Certamente, ogni ampliamento è a scapito della facilità di ricezione nell’opinione pubblica: la Francia ne inserirà 10, quindi noi già abbiamo largheggiato. Però valeva forse la pena mettere a fuoco alcune criticità molto sentite, e sulle quali ci piacerebbe davvero poter registrare qualche progresso.

http://www.ingenere.it/articoli/misurare-il-benessere-che-punto-siamo

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