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Rom: gli invisibili

Rom: gli invisibili

Ci sono stati anni in cui non si parlava che di Rom poi i media e il dibattuto pubblico si sono concentrati su altre emergenze. Ora tornano alla ribalta per motivi politici. Un indagine condotta dalla Caritas Ambrosiana .

Martedi 03 Luglio 2018
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Come ci spiega Patrizia Farina, l’indagine condotta da Caritas Ambrosiana adotta un punto di vista diverso raccontando la storia migratoria e le condizioni materiali di vita di una parte di questa popolazione.

Della presenza Rom¹ esistono stime che la valutano, in Europa, tra 10 e 12 milioni di persone, in Italia 150/180 mila; solo il 3% di questi è nomade². Circa la metà ha cittadinanza italiana, molti sono invece rumeni e altri provengono dalla Bosnia, Croazia, Serbia. Soprattutto i Rom stranieri nel corso degli anni hanno costituito diversi insediamenti spontanei/abusivi, occupando aree dismesse, edifici in semi-abbandono, campi ai confini delle città e sempre di più hanno imparato a mimetizzarsi.

Il network migratorio

Un primo carattere è costituito dalla natura del network migratorio. Provengono generalmente dalla Romania (circa il 70%) e sono coppie relativamente giovani, le più intraprendenti e le più disposte a sopportare i disagi della vita in strada, attivano la catena migratoria attraverso un misto di legami personali e familiari che agiscono da richiamo di nuovi migranti (Figura 1) che si insedieranno negli stessi campi.

Il legame con il paese d’origine rimane molto forte e riconoscibile da alcune pratiche concrete: il pendolarismo, le rimesse per la costruzione di una casa, la temporanea separazione da alcuni figli affidati alle cure di famigliari rimasti al paese. Solo il 10-15%, è di origine slava, in Italia da molto tempo e senza forti legami col paese di origine e vivono in un’ottica di “corto respiro” centrata sull’oggi.

Gli insediamenti Rom

Due terzi degli insediamenti Rom censiti sono di piccola dimensione e localizzati in maggioranza su terreni occupati abusivamente (70%). La ridotta dimensione degli insediamenti, la polverizzazione della presenza sul territorio è l’esito degli sgomberi di campi di grandi dimensioni, ma anche frutto di una strategia atta a generare “invisibilità”.

Più della metà degli insediamenti sorge su un’area ad alto tasso di pericolosità: accanto ai binari del treno, ad un’autostrada o ad una strada a scorrimento veloce, ad una discarica o sulle rive di un canale. Insediarsi in aree pericolose è un ulteriore stratagemma che risponde alla necessità di rendersi invisibili. Abitare luoghi come questi significa non “dar fastidio”, essere inesistente agli altri soprattutto se il terreno è inutilizzato, demaniale o di altro ente pubblico (53% dei casi). [Tabella 1]

 

 

La parola d’ordine per questi insediamenti è “precarietà”. Essi sono tutti in periferia, oltre la circonvallazione esterna [Figura 2 ], pensati per nascere e morire in tempi brevi, sono formati nel 60% dei casi da tende o da baracche e sono sprovvisti dei servizi più elementari (acqua, fogne, elettricità) nel 71% dei casi e poiché lo sgombero è messo in preventivo la cura nei confronti dello spazio circostante è dubbia.

 

Le persone

Metà dei 110 campi visitati sono o erano abitati da al più, 5 nuclei famigliari. E’ possibile che questa dimensione sia compatibile con la tipica famiglia allargata garante di protezione sociale e di difesa nei confronti di un mondo esterno ostile e faticoso. D’altronde, il mantenimento di una dimensione ridotta e selezionata per comunità di appartenenza e legame familiare facilita la convivenza e il rispetto di regole comuni. Anche se la vita in strada impone faticose condizioni la presenza di minori è consistente e vive una condizione di estremo isolamento dal momento che in maggioranza non frequenta la scuola e svolge molto raramente attività esterne all’insediamento.

A conti fatti…

I dati mostrano che la categoria del nomadismo è superata. Si delinea invece il profilo di una migrazione transnazionale, pendolare e principalmente familiare che mantiene consistenti legami con il paese di origine e che accetta condizioni di vita estremamente dure, ma considerate un “male minore” perché le loro condizioni di vita e lavoro sono ancora più precarie che in Italia.

E’ una migrazione economica, volta a creare rimesse grazie al lavoro (quasi esclusivamente in nero) e all’elemosina ma che spesso non ha una prospettiva di integrazione in Italia anche quando il numero di anni di presenza è elevato. Questo spiega l’isolamento sociale tangibile agli operatori anche nel disinteresse ad avere informazioni corrette di accesso ai servizi, o nella ridotta conoscenza della lingua italiana.

¹ Il nome Rom è usato in questo testo in armonia con i documenti politici del Parlamento Europeo e del Consiglio d’Europa. E’ un termine generale riferito a gruppi di persone più o meno accomunate da alcune caratteristiche culturali come, fra gli altri, Sinti, Travellers, Kalé, Gens du voyage. Cfr. Commission staff working document Roma in Europe: the implementation of European Union instruments and policies for Roma inclusion – progress report 2008-2010.

² Roma and Travellers Team

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