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Pensioni e fertilitÓ: due facce della stessa medaglia

Pensioni e fertilitÓ: due facce della stessa medaglia

Chi vuole difendere le pensioni ha interesse alla ripresa della natalitÓ nelle famiglie, alla nascita di nuove imprese, alla stabilitÓ dei contratti di lavoro e ai flussi di lavoratori da altri Paesi.

Mercoledi 11 Luglio 2018
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Bene. Non si può commentare altrimenti la previsione Istat (l’Istituto italiano di statistica) che indica, per il 2065, un allungamento di oltre 5 anni della vita media degli italiani.
Si arriverebbe a 86,1 anni per gli uomini e a 90,2 anni per le donne (era 80,6 e 85 anni nel 2016). Senza contare che i progressi medici, assistenziali, di prevenzione e la progressiva minor usura lavorativa potrebbero avvicinare l’obiettivo – impensabile fino a pochi anni fa – del secolo medio di vita.

Prepariamoci a una Penisola dichiaratamente anziana, con un saldo negativo (morti/nascite) che l’Istat ritiene probabilissimo anche se nei prossimi anni potrebbero innestarsi politiche di sostegno alla fertilità. Al momento non prevedibili.

Alle condizioni di natalità/migrazioni stimabili ora, nel 2065 la popolazione italiana sarà intanto scesa a 54,1 milioni, con una flessione, rispetto al 2017 di 6,5 milioni. Il saldo nascite/morti sarà negativo (da -200mila a -400mila l’anno) nonostante un aumento del tasso medio di fecondità da 1,3 a 1,5 figli per ogni donna.
L’andamento demografico porta con sé implicazioni che si possono già vedere e si possono intuire per il futuro. Il picco di decrescita è previsto fra il 2020 e il 2040. E’ una involuzione che, per fortuna, si può interrompere e anche invertire.
Chi vuole difendere le pensioni ha interesse alla ripresa della natalità nelle famiglie, alla nascita di nuove imprese, alla stabilità dei contratti di lavoro e ai flussi di lavoratori da altri Paesi. Secondo i dati Istat il 20% delle famiglie con figli ha dovuto chiedere prestiti, in generale la scelta di avere figli non è incentivata. L’assegno di natalità per il 2018 di 960 euro è un segnale che ha bisogno di continuità

Proprio chi vuole difendere le pensioni ha interesse alla ripresa della natalità nelle famiglie, alla nascita di nuove imprese, alla stabilità dei contratti di lavoro e ai flussi di lavoratori da altri Paesi.
Secondo i dati Istat il 20% delle famiglie con figli ha dovuto chiedere prestiti, in generale la scelta di avere figli non è incentivata. L’assegno di natalità per il 2018 di 960 euro è un segnale che ha bisogno di continuità.

 

Condizioni più favorevoli alla fertilità sono funzionali al mantenimento di una spesa pensionistica crescente.

Per il momento si presta molta attenzione alla parte finale della vita lavorativa. Il superamento della Legge Fornero, prevista dal nuovo Governo e che consentirebbe a centinaia di migliaia di lavoratori di avvicinarsi all’atteso traguardo, porta con sé un incremento delle risorse destinate a chi ha lavorato pagando contributi e rischia di ridurre le disponibilità pubbliche per il sostegno di nuove famiglie e nuovi lavoratori. Nelle stime per il 2019 sulla prevista Quota 100 (somma degli anni di contribuzione+ età anagrafica) e su altre modifiche (in pensione con 41 anni di contributi) si arriva a un maggior costo pubblico di circa 5 miliardi (stime del Governo).
Sono numeri che mettono in allarme la Banca centrale europea (Bce) preoccupata per le crescenti spese di invecchiamento dell’Europa, soprattutto se l’economia dei prossimi anni sarà debole con una scarsa occupazione e magari un alto debito pubblico. A condizioni invariate, nei prossimi 20 anni la spesa pensionistica italiana è destinata ad assorbire il 18,4% del Pil (Prodotto interno lordo, il valore totale dei beni e dei servizi prodotti in un anno), una percentuale compatibile solo se sostenuta da una crescita della produzione e dei posti di lavoro. Altrimenti si mangiano risorse.

L’idea che il bosco della popolazione anziana possa sopravvivere nutrendosi sempre dello stesso pezzetto di terra porta alla sovrapposizione delle radici e all’inaridimento.

Il flusso di lavoratori stranieri, l’apertura di nuove attività imprenditoriali anche se in concentrata alcuni settori dei servizi e della ristorazione, ha già mostrato dei numeri e la Fondazione Leone Moressa ha stimato che i contributi dei migranti regolarmente retribuiti “reggano” oltre 600 mila pensioni italiane. Certo, sono attività a remunerazioni più basse (nel reddito medio annuo la differenza è di circa 7mila euro), per lavoratori più giovani. Mansioni che, spesso, non sono coperti dalla disponibilità di italiani. E’ – nonostante tante difficoltà e precarietà – un flusso aggiuntivo per il sistema previdenziale.

www.agensir.it

 

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