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La disparità di genere in Italia nel lavoro e nelle pensioni

La disparità di genere in Italia nel lavoro e nelle pensioni

In Italia, le disparità di genere sono ancora molto forti, anche se significativi progressi sono stati fatti, soprattutto nell’istruzione. Una riflessione di Pietro Pedemonte sul lavoro e le pensioni delle donne.

Giovedi 27 Settembre 2018
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In Italia, le disparità di genere sono ancora molto forti, anche se significativi progressi sono stati fatti, soprattutto nell’istruzione. Pietro Pedemonte argomenta come, per la donna, alle criticità di scarsa occupazione dopo gli studi, si aggiungano l’insoddisfacente qualità del lavoro e le minori retribuzioni.

A 70 anni dall’entrata in vigore della Costituzione – il cui articolo 3 evidenzia come la Repubblica abbia un ruolo attivo nella rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano l’eguaglianza dei cittadini – la parità tra uomini e donne rimane uno dei temi più dibattuti.

Il XVII Rapporto Annuale dell’INPS – relativo all’anno 2017 – fornisce alcuni dati circa l’importo lordo del reddito pensionistico ricevuto dagli uomini e dalle donne e permette di comprendere come vi siano ancora difficoltà all’interno del mondo del lavoro per la componente femminile della popolazione.

I risultati confermano sostanzialmente quanto emerso dal Global Gender Gap Report 2017, in cui l’Italia riguardo alle pari opportunità tra uomini e donne si è classificata 82esima su 144 Paesi: un risultato molto deludente, se si considera che nel 2015 e nel 2016 l’Italia si era piazzata rispettivamente 41esima e 50esima.

Suddividendo per classi di importo mensile le pensioni, emerge come il 45% delle pensioni femminili abbia un valore inferiore a 1.000 euro, mentre solo il 25% delle pensioni maschili si trovi al di sotto di questa soglia. Allo stesso modo, se il 32% delle pensioni maschili assume un valore superiore ai 2.000 euro, per il genere femminile la percentuale si abbassa al 16%.

Se si guarda ai pensionati complessivi, la media mensile della pensione è 1.750 euro per i maschi e 1.257 euro per le femmine. La domanda da porsi è se tale divario – di quasi 500 euro – dovuto alla differenza di stipendi maturata nel corso della carriera lavorativa sia attribuibile alle diverse posizioni rivestite dai generi o viceversa a fattori di disuguaglianza.

Le cause

L’ “Indagine conoscitiva sulle politiche in materia di parità tra donne e uomini” condotta nel 2017 dall’Istat ha l’obiettivo di evidenziare quali siano le cause e le fasi in cui emergono tali disparità.

Tale ricerca è stata condotta a partire dai dati riguardanti l’istruzione, al fine di verificare se la differenza delle retribuzioni sia dovuta ad una minore preparazione della componente femminile della popolazione.

E’ stato tuttavia dimostrato che le donne conseguono durante gli studi risultati significativamente superiori a quelli degli uomini, ed anzi il divario di genere a loro favore risulta in aumento negli ultimi anni. Inoltre, l’Italia risulta essere uno dei due Paesi UE (insieme alla Spagna) in cui il livello di istruzione femminile è più alto di quello maschile, anche grazie ad un minore tasso di abbandono precoce degli studi rispetto agli uomini. In particolare, in Italia, la percentuale di donne e uomini in possesso di un titolo di studio terziario tra i 30 e i 34 anni è rispettivamente pari a 32,5% e 19,9%. Pertanto, le cause dei minori stipendi non possono essere attribuibili a minori competenze a livello educativo.

I principali problemi sorgono, quindi, in una fase successiva, quella della transizione tra istruzione e lavoro.

Bisogna innanzitutto considerare che l’Italia è uno dei Paesi UE in cui il tasso di occupazione risulta più basso se si è in possesso di un diploma secondario superiore o terziario. A ciò si deve aggiungere, per le donne, un ulteriore svantaggio occupazionale che, sebbene sia diffuso in tutti i Paesi UE, in Italia risulta particolarmente marcato per le diplomate.

Il fattore responsabile del minor impiego di forza lavoro femminile è la difficile conciliazione tra lavoro domestico e lavoro remunerato che le donne devono svolgere. In effetti, nella suddivisione dei carichi familiari permangono le principali differenze di genere, anche se negli ultimi anni vi sono stati segni di miglioramento: se le donne dai dati dell’uso del tempo del 2008-2009 svolgevano il 71,9% del lavoro domestico, la quota è scesa al 67% nel 2013-2014; una fetta comunque alta che evidenzia una componente culturale molto forte.

La minore partecipazione lavorativa femminile non è solo negativa da un punto di vista sociale, ma anche per motivi economici: il fatto che le donne conseguano migliori risultati durante gli studi, ma poi non vengano inserite in modo appropriato nel mondo lavorativo implica che alcune delle migliori menti del Paese non potranno contribuire adeguatamente allo sviluppo di aziende e imprese, etc.

Dal 1977 al 2017 si è comunque assistito ad un trend positivo riguardante l’occupazione femminile, passata da 33,5% al 48,1% e ad una riduzione del gap di genere, dal 41,1% al 18%.

Tuttavia, se i dati sembrano confortanti, le principali difficoltà riscontrate dalle donne emergono in un’analisi di tipo qualitativo. La quota di donne che hanno una bassa paga, sono occupate a termine da almeno 5 anni o hanno un livello di studio superiore a quello richiesto supera sempre la percentuale maschile assoggettata alle stesse condizioni. Un caso emblematico è quello del lavoro part-time involontario, in cui nel 2016 la percentuale delle donne ad esso sottoposte era tre volte quella degli uomini.

Altre disparità emergono se si analizza il tasso di occupazione delle donne in relazione al fatto di essere madri: il tasso di occupazione di una donna che vive da sola è dell’81,1%, se si trova in una coppia senza figli è del 70,8% mentre scende fino al 56,4% in presenza di uno o più figli.

Questo dato deve essere però confrontato al livello di istruzione: per le donne con alta istruzione il tasso di occupazione rimane comunque superiore al 70%, indipendentemente dalla situazione familiare. Si può dunque ritenere che, se a livelli di istruzione più elevati corrispondono anche salari più alti come è ragionevole ipotizzare, le donne con una maggiore istruzione avranno un forte incentivo a lavorare, pur avendo figli.

Conclusioni

Se nel campo dell’istruzione, anche terziaria, l’Italia risulta uno dei Paesi in cui sono presenti minori disparità di genere, le vere difficoltà emergono all’ingresso nel mondo del lavoro. Alle criticità nazionali di scarsa occupazione dopo il percorso di studi, per le donne si aggiungono problemi nella qualità del lavoro e nella minore retribuzione ricevuta.

Per saperne di più

ISTAT: Indagine conoscitiva sulle politiche in materia di parità tra donne e uomini

INPS: XVII Rapporto Annuale

Fonte: http://www.neodemos.info

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