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 I vescovi sardi contro le bombe della RWM

I vescovi sardi contro le bombe della RWM

In occasione della Giornata Mondiale della Pace del primo gennaio, il 27 dicembre scorso, la Conferenza episcopale sarda ha diffuso un appello per contestualizzare e rilanciare il Messaggio di papa Francesco “La buona politica è al servizio della pace”.

Lunedi 07 Gennaio 2019
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Oggi, dicono i vescovi sardi, «anche nella nostra Regione, abbiamo bisogno di una buona politica che faccia crescere il lavoro, un “lavoro libero, creativo solidale e partecipativo”». Il lavoro deve essere «degno», capace cioè non solo di sfamare la famiglia del lavoratore ma anche di contribuire al progresso, alla pace, al rispetto della vita e della salvaguardia dell'ambiente. In tal senso, denunciano di seguito, «la produzione e il commercio delle armi non contribuiscono certo alla Pace, anche se occupano molte persone», perché alimentano morte e violenze nei 378 conflitti tuttora attivi nel mondo.

 

Più esplicitamente, i vescovi sardi puntano il dito sulla vendita degli ordigni sganciati dalla coalizione a guida saudita contro i ribelli yemeniti, prodotti dalla RWM Italia negli stabilimenti di Domusnovas. «Un business tragico», lo definiscono i prelati, che ha già causato morte e sofferenza per troppi civili inermi. «La questione diviene ancor più lacerante, sotto il profilo etico e socio-economico, poiché – aggiungono – tale produzione avviene in un territorio, il nostro, tra i più poveri del Paese», alimentando l'inaccettabile ricatto del lavoro sicuro nonostante i suoi effetti disastrosi.

 

Il dilemma, ricordano i vescovi sardi, era anche di don Tonino Bello, nella sua “Lettera al fratello che lavora in una fabbrica di armi”: riconoscendo la condizione di evidente difficoltà materiale dell'operaio, don Tonino non lo esortava da subito «a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte» Eppure lo incoraggiava a lottare – insieme alla classe politica e ai sindacati – «perché si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita».

 

Allo stesso modo, afferma la Conferenza episcopale sarda, «sentiamo il dovere di dire no a tutto il business delle armi, in Sardegna e nel Paese intero. Chiediamo un serio sforzo per la riconversione di quelle realtà economiche che non rispettano lo spirito della nostra Costituzione» e della Legge 185 del 1990, che proibisce la vendita di armi a Paesi in guerra o dove non sono tutelati i diritti umani. L'impegno deve essere collettivo, aggiungono, e deve coinvolgere il mondo economico e politico locale e nazionale, le associazioni dei lavoratori e anche la società civile, perché «l’impegno per la riconversione delle industrie della morte non può essere solo il grido appassionato e sicuramente profetico di quanti sentono con particolare passione la necessità di coltivare la Pace».Anche la Chiesa può dare il suo contributo, «per la formazione delle coscienze e per ricordare a tutti il dovere del rispetto dei diritti di ogni uomo e di ogni donna, a qualunque Paese appartengano».

 

In una nota congiunta dello giorno seguente, Rete Italiana Disarmo, Amnesty International Italia e Movimento Focolari Italia hanno espresso pieno sostegno alla presa di posizione dei vescovi sardi in occasione della Giornata Mondiale della Pace 2019. «Il forte richiamo dei Vescovi sardi, che scrivono da una terra dove la crisi economica è gravissima – si legge nella nota –, richiede risposte alle quali le rappresentanze politiche non possono più sottrarsi».

 

Documentato l'uso indiscriminato di ordigni italiani contro la popolazione civile e contro le infrastrutture (anche scuole e ospedali) yemenite, dal 2015 la società civile pacifista italiana chiede incessantemente la sospensione dell'export delle bombe prodotte dalla filiale italiana della multinazionale tedesca RWM e invitano a mettere in moto il processo di riconversione civile della fabbrica stessa.

 

In linea con le risoluzioni del Parlamento Europeo in materia, si legge ancora, «diversi Paesi membri (tra cui Germania, Svezia, Olanda, Finlandia e Danimarca) hanno deciso di sospendere l’invio all’Arabia Saudita di sistemi militari che possono venir utilizzati in Yemen». Per questo le associazioni sollecitano «il governo Conte ad adottare subito un’analoga misura e a sostenere con decisione le iniziative di altri Paesi per pervenire ad un embargo di armi verso tutte le forze militari in conflitto in Yemen».

https://www.adista.it

 

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